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16 Marzo 2025

L’Europa si riarma, ma per chi?

Dalla dipendenza energetica a quella militare: l’Europa verso un’economia di guerra

di Emanuele Verde

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Negli ultimi tempi si parla molto di un’Europa che riscopre la propria autonomia strategica, soprattutto in ambito militare. Ma quanto c’è di vero in questa narrativa?

Da un lato, si parla di un riarmo europeo, dall’altro, la realtà racconta una storia diversa: la maggior parte degli armamenti acquistati proviene e, almeno nel medio periodo, proverrà dagli Stati Uniti, mentre la presenza americana nel nostro continente non accenna a diminuire. Forse si ridurranno i contingenti, ma le basi militari di Rammstein, Aviano e Sigonella resteranno saldamente operative. Dov’è, allora, questa rinnovata indipendenza europea?

Un copione già visto. All’inizio c’era il gas: per non finanziare l’autocrate Putin, si è scelto di acquistarlo dall’Algeria – che non è certo un modello di democrazia ed è, peraltro, alleata di Mosca – e, soprattutto, dagli Stati Uniti, pagandolo a prezzo maggiorato e con costi aggiuntivi per la rigassificazione.

Ora è il turno delle armi: per affermare un’identità europea che ripudia le invasioni e si schiera contro chi umilia i leader dei paesi aggrediti, gli stati dell’UE acquistano armamenti dall’America. E, quando la guerra sarà finita, torneremo probabilmente a comprare il gas dalla Russia. Tutto, ovviamente, in nome dei valori europei.

Ma il punto è proprio questo: i valori servono spesso come copertura per interessi economici precisi. Sabato 15 marzo, il Corriere della Sera riportava la dichiarazione del Ministro delle Imprese Adolfo Urso, che ha invitato il settore dell’automotive a riconvertirsi nell’industria bellica (“Urso: l’auto? Si riconverta in Spazio e difesa”). Un cambio di rotta che richiama scenari già visti nella storia.

Basti pensare alla Seconda guerra mondiale, quando l’industria automobilistica americana e europea sospese la produzione di veicoli civili per fabbricare carri armati, aerei e camion militari. General Motors, Ford, Chrysler, così come Fiat e Volkswagen, divennero ingranaggi fondamentali della macchina bellica. Oggi se, come sembra, tutto ruota intorno alla produzione e al commercio delle armi, ciò che si sta costruendo è un’economia di guerra.

A questo proposito, vale la pena ripercorrere le fasi del dibattito pubblico europeo sul conflitto russo-ucraino, così come sintetizzate da Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano nell’editoriale del 12 marzo scorso. Travaglio può piacere o meno, ma l’escalation tratteggiata (speriamo resti solo verbale) è difficilmente contestabile.

Queste tappe mostrano come il dibattito si sia evoluto rapidamente, passando da un’iniziale prudenza a ipotesi di escalation sempre più concrete.

  • No al coinvolgimento militare: solo aiuti umanitari, accoglienza profughi e sanzioni alla Russia

    Fase 1

  • Aiuti militari ma solo con armi leggere e difensive fino alla conclusione dei negoziati di Istanbul

    Fase 2

  • Fornitura armi pesanti e offensive dopo l’abbandono ucraino dei negoziati di Istanbul

    Fase 3

  • Cacciabombardieri e missili a lungo raggio per colpire le truppe russe in territorio ucraino

    Fase 4

  • Missili a lungo raggio per attaccare le basi russe vicine al confine ucraino

    Fase 5

  • Estensione degli attacchi con missili a lungo raggio in tutta la Russia

    Fase 6

  • Ipotesi di invio di truppe in Ucraina, sostenuta da Francia, Polonia e Inghilterra

    Fase 7

  • Riarmo degli Stati europei per 800 miliardi con debiti svincolati dal Patto di Stabilità

    Fase 8

  • Possibile coordinamento nucleare tra Francia, Inghilterra, Germania, Polonia ecc.

    Fase 9

 

Emanuele Verde